Le storie sono un’ancora

GRAZIELLA FAVARO – MARTINO NEGRI – LILIA ANDREA TERUGGI
Le storie sono un’ancora
FrancoAngeli, Milano 2018, pp. 158, € 19,00

A CHI SI RIVOLGE

Il testo è inserito nella collana “La melagrana” che si occupa di educazione interculturale sul piano delle idee e delle pratiche. Le persone a cui la collana (e questo testo in particolare) si rivolge «sono sorattutto gli insegnanti in formazione o in servizio, ma i testi si rivolgono anche agli operatori dei servizi sociali, alle educatrici degli asili nido, alle figure della mediazione interculturale che non svolgono il loro lavoro nella scuola» (p. 1). Io aggiungo che questo testo si rivolge anche ai genitori e a tutti quelli che amano raccontare e ascoltare.

MOTIVI DI INTERESSE

È difficile racchiudere in poco spazio i numerosissimi elementi di interesse di questo testo che sa spaziare dalla riflessione teorica approfondita e ben documentata, alla descrizione di attività e progetti per poi tornare da questi a trarre conclusioni sul piano teorico.

Il punto di partenza è il progetto “Le storie sono un’ancora. Narrare in italiano e in lingua madre ai bambini migranti” realizzato a Milano a partire dal 2015 dall’ associazione iBVA – Centro italiano per Tutti e dal Centro COME, con la collaborazione della facoltà di Scienze della Formazione dell’Univesità Milano Bicocca. Il progetto ha coinvolto bambine e bambini da 0 a 6 anni, insegnanti, educatori, studenti universitari e donne immigrate di divere nazionalità.

Nella prima parte del testo si tracciano le coordinate teoriche di partenza. Graziella Favaro – partendo dal presupposto che tutti abbiamo bisogno di storie e che «la nostra stessa biografia e identità prendono forma e consistenza all’interno di una struttura narrativa» (p. 13) – si sofferma sulle funzioni della narrazione e sul vuoto in questo ambito che frequentemente accompagna le migrazioni. Spesso le famiglie sono smembrate e vengono comunque a mancare le figure dei nonni o di quegli adulti che nelle culture di origine hanno il compito di ricordare e raccontare. Inoltre «raccontare ai bambini richiede intimità, pause, quiete. Necessita di uno spazio protetto, un angolo/capanna e di un tempo/sosta, presenza e attenzione: condizioni che non sempre possono verificarsi quando le vicende della quotidianità sono segnate dalla provvisorietà e dall’emergenza» (p. 15). Ci fornisce quindi una serie di dati sulla realtà delle pratiche narrative delle mamme immigrate.

Lilia Teruggi affronta la tematica della relazione tra narrazione e sviluppo del linguaggio ripercorrendo le principali correnti di pensiero da Piaget a Vygotskij, da Sapir a Whorf, da Bruner a Merleau-Ponty e conclude riportando come esempi le trascrizioni di alcuni dialoghi e osservazioni di bambini e bambine di diverse età nel corso di varie attività.

Martino Negri si occupa invece della figura del narratore come di colui che sa trasformare le esperienze vissute in racconto e della sua evoluzione nel corso del tempo. Si sofferma sull’importanza del raccontare, non necessariamente con le parole, per dare forma e comunicare quanto sentiamo e pensiamo «condizione imprescindibile per una vita sociale e democratica» (p. 70). Si riaggancia quindi al pensiero di Bruner che riteneva indispensabile che la scuola, attraverso la sperimentazione di pratiche narrative, favorisse la formazione di una “competenza narrativa”.

Per Negri le storie ci permettono di vedere la realtà e il mondo da prospettive differenti e sviluppano la capacità di ascoltare e di rispettare la molteplicità dei punti di vista. Ascoltare è accogliere una voce, anche al più strana e lontana ed è un’sperienza che genera ponti e riferimenti comuni.

Nella seconda parte del libro viene descritto il progetto vero e proprio nelle sue varie fasi, attraverso le testimonianze dei diversi soggetti coinvolti e con la pubblicazione di vari materiali che vanno dal “manifesto del buon narratore” a foto dei vari momenti, dalla trascrizione di dialoghi allla descrizione di prove linguistiche utilizzate. Un bel modo per “narrare” e dare valore a un’esperienza importante.

Mariateresa Lietti