Suoni Uomini e Dei

MARIA ELISABETTA BUCCI
Suoni Uomini e Dei. Prospettive antropologico-simboliche del fatto musicale
Edizioni Simple, Macerata 2019, pp. 230, € 20,00

Del suono dell’incorporeo
Parlare di Dei in un numero della rivista dedicato ai rapporti tra musica e sua dimensione corporea (e, dunque, per altri versi dedicato al suono còlto nella sua “fisicità”) potrebbe apparire un controsenso. Ma se è dato qui proporre un senso contro, allora il testo di Maria Elisabetta Bucci sembra giungere a proposito, dato che può essere assunto quale tassello complementare di un multiforme mosaico che si va componendo intorno alla relazione tra musica e corpo.
È dunque spostando lo sguardo verso un “corpo sottile”, trascendente e in-corporeo (appunto), che Suoni Uomini e Dei consente di allargare gli orizzonti di una riflessione dedicata al corpo anche nella sua dimensione più eterea e forse fuggevole.

A CHI SI RIVOLGE

Nella breve introduzione, Maria Elisabetta Bucci sottolinea il portato antropologico-simbolico dell’itinerario proposto, mantenendo fede al sottotitolo dell’opera. Parafrasando Blacking, l’autrice sottolinea infatti da subito come la «dimensione archetipa dell’essere umano» sia «intrinsecamente musicale», oltre che intrinsecamente estetica e spirituale (p.12). Tuttavia non pare di poter ravvisare in tali premesse l’intento dell’autrice di rivolgersi a un pubblico specialistico.

La lettura del testo pone infatti di fronte a un’opera complessa e multiplanare, frutto di un’indagine condotta con il rigore consentito da un approccio volutamente interdisciplinare. Ne consegue che, se per alcuni versi si potrebbe comunque pensare a un lavoro rivolto a specialisti di una fenomenologia allargata del sonoro e del musicale (quindi anche ad antropologi o forse semiologi e, perché no, a teosofi ecc., comunque accomunati da un profondo interesse verso il “fatto musicale”), in realtà l’interesse si estende a tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, si trovino a “operare” con i suoni: siano essi musici, educatori, psicologi, pedagogisti, musico-terapeuti e/o, in ultima istanza, “curatori di anime” (dove il concetto di psiche è assunto nel suo originario senso etimologico). È a tutti costoro, infatti, che l’autrice pare rivolgersi, ricordando anzitutto il portato dei poteri del suono e, per estensione, dei poteri detenuti da chi quel suono (volente o nolente) si trova a maneggiare. Poteri che, nella complessa e perenne dialettica tra bene e male, possono manifestarsi tanto nel loro portato negativo di tipo demiurgico, quanto in quello positivo di tipo sciamanico. Apprendiamo così che in alcuni miti il demiurgo è colui che è considerato «infimo signore della materia» (pp. 28-29), che nel plasmare il suono al pari di un manovale rivela un’anima antagonista (e per alcuni versi invidiosa) rispetto alle entità divine con le quali finisce con l’entrare in conflitto, contravvenendo così ad atti che dovrebbero invece essere, in sé, propiziatori e, appunto, divinatori. Lo sciamano è per contro «l’eletto che attraverso la via acustica accede alla dimensione divina» e che riesce a trasformare suono e canto in potenziali ponti capaci di unire il mondo terreno, mortale, con quello ultraterreno che attiene all’immortalità (p. 37), esercitando così una «”compensazione centripeta” delle energie» che consente di dare luogo a un vero e proprio sacrificio sonoro (p. 41).

MOTIVI DI INTERESSE

Non è dunque semplice ricostruire in sintesi l’impegnativo itinerario che l’autrice dipana in tre principali “vie” (coincidenti con le prime tre parti del testo): quella del Sacro, del Simbolo e, infine, del Mito. Un percorso che conduce, in ultimo, ad affacciarsi (nella parte IV) a una Finestra sul repertorio che consente di prendere in considerazione (a titolo esemplificativo) alcune opere di Debussy e L’Orfeo di Monteverdi nelle quali sono ravvisabili concrete occorrenze musicali di un’espansione del simbolismo complesso e ineffabile del quale è portatrice allorché il suono (nel suo portato anche numerologico) si fa teatro d’ascolto. Così, tra cosmogonie e rotte migratorie di uccelli – che grazie alla loro “lingua” si fanno un po’ ovunque mito e ornitomanzia (p.82), il lettore – ma forse ancor più la lettrice, per ragioni chiarite tra breve – si trova di fronte a un ardito percorso punteggiato da ricchi riferimenti che dall’estremo Oriente conduce a Occidente, passando per luoghi reconditi: talvolta del tutto sconosciuti ai più, talvolta invece (come nel caso della siberiana Yakutia; p. 84) forse erroneamente creduti veri, per gioco, solo sulle tavole del Risiko.

A cavallo tra mitologia, spiritualità, e incunaboli dell’inconscio (e di una Psyche assunta quindi nel suo significato originario di anima), il percorso delineato risulta puntuale: non solo nelle sue “mappe” concettuali (con meticolose annotazioni di chiarimento a piè di pagina e il supporto di tre appendici), ma anche negli opportuni riferimenti a una vasta bibliografia: tanto specialistica (forse con qualche inspiegabile assenza sul versante della semiologia musicale, ad esempio laddove sono affrontate le differenze tra simbolo e segno; p. 135), quanto storicamente profonda e complessa (dalle Sacre scritture all’Upanishad).

Un percorso apprezzabile in particolar modo dalla lettrice ancor più che dal lettore (come si accennava poco sopra), in virtù del dichiarato portato femmineo del testo che, scevro da implicazioni ideologiche di genere, dedica a «Il suono, la donna, la madre» (pp. 141 e segg.) il II capitolo della seconda parte, dove la madre si fa suono (dopo che grembo-risuonatore) attraverso il ricco repertorio delle ninne nanne, qui analizzato in funzione catartica, che spalanca le “porte del sonno”.  Un approfondimento su «La voce e il femminile» che sfocia peraltro nella rilettura in chiave psicoanalitica (e in ottica «erotico-edenica») di alcuni racconti di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (pp. 165-180).

Prestando pienamente fede al titolo dell’opera, l’autrice ci accompagna dunque in un percorso affascinante, avventuroso e per certi versi sapienziale, denso di intrecci di piani che il lettore è inviato a riannodare e seguire, e dentro ai quali forse anche a perdersi. Come in un viaggio catartico, appunto, condotto sino alle soglie dell’inconoscibile.

Roberto Neulichedl