L’infanzia dell’estetica

ELLEN DISSANAYAKE
L’infanzia dell’estetica. L’origine evolutiva delle pratiche artistiche
a cura di Fabrizio Desideri e Mariagrazia Portera
Mimesis, Milano-Udine 2015, € 18,00

A CHI SI RIVOLGE

La raccolta di saggi presenta motivi di interesse non solo per lo specialista o lo studioso (di estetica, di storia dei linguaggi artistici, di pedagogia, di psicologia evolutiva …), ma anche per operatori e formatori in campo artistico. Il volume può essere lettura di grande stimolo per chiunque sia incuriosito dal conoscere le intersezioni e le divergenze tra i campi dell’etologia, dell’antropologia, dell’estetica evoluzionistica, dell’estetica cognitiva, della neuroestetica.

MOTIVI DI INTERESSE

La diffusione in Italia delle interessantissime tesi della studiosa Ellen Dissanayake si deve al prezioso lavoro di curatela del professor Fabrizio Desideri e, in particolare, della sua collaboratrice Mariagrazia Portera.

Il volume propone una collettanea di studi per la prima volta tradotti nel nostro paese che permette di conoscere un punto di vista del tutto originale sulla genesi delle pratiche artistiche.

Dissanayake origina le sue riflessioni a partire dal punto di vista dell’etologia e dell’antropologia, sviluppando in particolare alcune tesi sull’origine degli atteggiamenti proto-estetici quali specifici universali dell’umano.

Il punto di partenza è la ridefinizione del concetto di arte, assunto principalmente come comportamento umano(e non come risultato di questo comportamento) che si manifesta nelle diverse forme dell’adornare, dell’abbellire, del rendere saliente ed extra-ordinario il comportamento quotidiano. Dissanayake conia a questo proposito il verbo artificareproposto nel senso di rielaborare l’esperienza del quotidiano per renderla straordinaria.

La studiosa ripone la sua attenzione alle relazioni che si sviluppano tra madre e bambino nella primissima infanzia. A partire da qui cerca evidenze per testimoniare quanto il tipico linguaggio della relazione (baby-talk) e altri atteggiamenti multimodali che madre e bambino mettono in atto, siano di fatto “incunaboli estetici”, cioè stadi precoci (in culla) di comportamenti estetici necessari alla sopravvivenza del genere: l’assunzione della posizione eretta e l’aumento delle dimensioni del cervello sarebbero infatti le ragioni della nascita precoce del piccolo dell’uomo rispetto ad altri animali. Il bipedalismo avrebbe influito sulla restrizione del bacino della femmina con il conseguente parto di un bambino dal cranio più piccolo, dunque immaturo e bisognoso per più tempo di cure successive alla nascita. Le interazioni tra bambino e adulto sarebbero perciò espressioni di cura, adattamenti comportamentali fatti per “durare nel tempo”, abbelliti e resi speciali per assicurare il legame emozionale e la crescita.

Tali interazioni, caratterizzate da ripetizione, esagerazione e formalizzazione delle azioni espressive quotidiane, costituirebbero le prime manifestazioni di un comportamento biologicamente ritualizzato che – sviluppandosi nel rito vero e proprio – consentirebbe il passaggio del genere homoad animale sociale. La necessità di rendere coesi i legami dell’organizzazione in gruppo e di trovare risposte alle ansie della sopravvivenza avrebbe favorito la nascita dei rituali, modulati attraverso la “collezione” di arti che ancora oggi li caratterizzano.

La musica, in tutto questo, avrebbe avuto il ruolo primario di trasmettere e dar forma alle emozioni. Musica intesa però come esperienza anch’essa multimodale, strettamente legata ad altre urgenze espressive quali il suono-parola, la gestualità-movimento, la decorazione-abbellimento del corpo.

Il lettore non tarderà ad accorgersi di come tesi di questa natura aiutino a ricollocare in una visione comprensiva e organica molti degli studi di psicologia e pedagogia musicale che hanno gradualmente dato consapevolezza alle origini del pensiero musicale (già 25 anni fa, nel 1992, il secondo Quaderno della Siem,Alle origini dell’esperienza musicale, cercava di fare il punto sul tema). Benché tutt’ora in discussione e talvolta confutate, le tesi di Dissanayake offrono una visione suggestiva e convincente del valore antropologico delle pratiche artistiche: un contributo decisivo alla necessità di accoglierle nella scuola quale asse imprescindibile per la crescita e lo sviluppo di ogni comunità.

Alessandra Anceschi